
Tutte le vecchie andiamo in piazza, ci avviciniamo a quelle strutture di ferro che il sindaco chiama panchine e ci piazziamo sopra i nostri glutei flosci per ore e ore. Alcune, le più sfacciate, si portano pure il cuscino da casa per rendersi la vita più morbida.
A me invece piace sentire il ferro sulla pelle. In estate metto i vestiti senza mutande per gustarmi il sapore metallico con le papille gustative delle cosce.
Un gruppetto di vecchiette e io abbiamo fondato un’associazione: l’Associazione del Ricordo. Non è niente di ufficiale né registrato, no no… è un gioco segreto che usiamo tra di noi per intrattenerci, per levarci la calura dei pomeriggi d’agosto e il freddo delle mattine di febbraio.
L’Associazione del Ricordo si riconosce per una spilletta a forma di vulva che ci ha fatto la nipote di Carmela. La povera creatura ha iniziato a fare ceramica, ma pare abbia una fissazione enorme con le vulve e non riesce a fare nient’altro.
La nonna si aspettava una tazzina elegante, fatta a mano, con fiorellini delicati per il caffè corretto della mattina… e invece si è ritrovata con ogni tipo di oggetto a forma di vulva, avvolto nella carta regalo di Spider-Man.
Un incensiere, un portachiavi, un vaso, una fioriera, un portatovaglioli, un posacenere e una spilla.
Vulve di tutte le forme, colori e consistenze possibili.
Quanto ha riso Carmela quando ha aperto il regalo… senza dubbio la nipote aveva fatto centro con qualcosa di originale. E noi ancora di più, perché appena abbiamo visto la signora con quella spilletta sulla giacchetta rossa e abbiamo capito che era perfetta per la nostra associazione appena nata.
Abbiamo preso in giro Carmela, eccome se l’abbiamo presa in giro… risatine da una parte e dall’altra. Per fortuna la povera donna è sorda da un orecchio, quello destro, così possiamo farci delle gran risate senza offenderla, basta stare alla sua destra.
Insomma: membri reclutati — le vecchie della piazza —, nome deciso e spillette pronte, ci siamo messe a lavorare nella nostra comunità.
Alcune vecchie trovano il nostro simbolo volgare. Quelle sono escluse dall’Associazione del Ricordo. Non facciamo entrare né le pudiche né le fasciste. Quante signore eleganti girano di qua, ma ce ne sono tante nostalgiche che rimpiangono i tempi di Franco… e noi quelle non le vogliamo. Il ricordo si guarda con affetto, sì, ma pure con ideologia.
Noi vecchie non abbiamo più niente da perdere. I dolori li abbiamo già vissuti e non possono più tormentarci. I mariti, per lo più, si sono sposati con donne più giovani, e grazie al tempo adesso riposano sotto forma di cenere sparsa illegalmente in qualche diga sterile.
Noi, che sfidiamo gli anni, la morte con un calice di vino e le ossa stanche con bicchierini di latte senza lattosio, non abbiamo paura di niente.
Adesso restiamo solo noi, le compagne, le uguali, con i ricordi sotto il braccio.
Ogni giorno arriviamo in piazza, ci sediamo sulla struttura di ferro che il sindaco chiama panchina e aspettiamo.
Quando arriva un’altra del gruppo, con ancora il cappuccino nello stomaco, le chiediamo:
“E i tuoi ricordi, Paquita… di che profumano?”
Le vecchie sorridono e raccontano. Così diventiamo complici, posiamo uno sguardo attento sulle storie passate che ci pesano.
Una arriva con odore di zagara dalle trincee della guerra, ci abbraccia, ci prende la mano e ci offre un bicchierino di pastiche con acqua per scacciare la polvere da sparo.
Quanto piacere si può provare così… quando smettiamo di sentirci sole, i capelli caduti ricrescono, il calcio torna nelle ossa, le dita storte si raddrizzano da sole e il gusto si espande per tutto il corpo.
Un calore simile a un orgasmo restituisce la vista alle cataratte.
Manolita fu la prima dell’associazione, e io la prima a chiederle di che sapevano i suoi ricordi. Mi rispose con dolcezza, voleva includermi nel suo modo di crescere, aprirmi a un altro modo di sentire.
Mi fece annusare le insalate d’estate, il pomodoro tritato, l’aceto, le mani stanche di sua madre ancora unte d’olio.
Io non sono mai stata così fine nei racconti. Mi mancavano dettagli, emozioni… molte cose le avevo vissute nascosta dentro la testa, per questo non ricordo gli odori della mia vita.
Quando Manolita mi chiedeva:
“E i tuoi ricordi, Esther, di che sanno?”
Io tiravo fuori qualcosa dalla tasca: una fiaschetta, un gelsomino, perfino del cibo per gatti… glielo avvicinavo e inventavo una storia. Così ho creato ricordi nuovi per riempire i vuoti.
Manolita mi ascoltava sempre con attenzione, prendeva per vere le mie bugie. È stata lei a dirmi che i miei ricordi profumavano d’arte, di storie senza realtà, di spazi che un giorno riempiranno libri.
E tu, Manolita…
i tuoi ricordi, di che profumano?
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