
Recensione di Cadavere squisito, di Augustina Bazterrica, Eris edizioni, 2024.
Dalla penna di Mattia Di Fede.
Magari qualcuno si è chiesto cosa possa esserci di peggio di una società orwelliana come quella descritta in 1984, dove tutti sono controllati e la guerra è un loop infinito da cui è impossibile trovare una via di fuga. Se così fosse, la risposta è semplice: Cadavere Squisito di Agustina Bazterrica.
In una società in cui un virus ha reso necessario abbattere tutti gli animali del mondo, per poter mangiare carne rimane una sola fonte: l’essere umano stesso. È così che il protagonista del romanzo, dipendente di un mattatoio, ci conduce in un mondo distopico in cui gli esseri umani nascono, crescono, vengono allevati e si riproducono all’interno dei mattatoi, per poi essere macellati, processati e venduti. Come già accaduto nei momenti più bui della nostra storia, questa carne da macello non è considerata umana: è vietato pensarla in questi termini. Per questo motivo, certe parole vengono bandite dal vocabolario quotidiano. Non è carne umana, ma carne speciale. Non si chiamano umani, ma prodotti. Vengono privati della loro umanità: non hanno nomi, ma numeri; non possono parlare, perché le corde vocali vengono loro recise fin dalla nascita; vivono nudi, e la riproduzione è selettiva, affidata solo agli “stalloni” migliori, proprio come avveniva per i cavalli ormai estinti. Il tutto è raccontato con una disumanità disarmante, cruda, vivida.
Il processo attraverso cui questi esseri vengono cresciuti e abbattuti è descritto con una tale dovizia di particolari e con un tono così neutro e quotidiano da farci quasi credere che, messi nella stessa situazione, avremmo accettato tutto senza battere ciglio. Eppure, un barlume di speranza sembra affiorare proprio nel protagonista, appartenente a una generazione che ha vissuto entrambe le epoche, prima e dopo il virus. Ha attraversato la Transizione e continua a fare i conti con la propria umanità ogni volta che accompagna gli ispettori nei mattatoi per i controlli qualità.
Credo che alla fine del romanzo, la vera domanda non è cosa faremmo noi al posto del protagonista, ma quanto ci piacerebbe fingere di non saperlo.
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