
È la mia ultima estate di libertà, l’ultima prima di cominciare a fare gli adulti per davvero.
Eppure quest’estate l’ho ipotecata per guadagnarmi qualcosa che mai avrei creduto fosse anche lontanamente accostabile alla parola lavoro.
Da mesi, infatti, passo le giornate immerse nei boschi di Polizzi Generosa, facendo educazione alla Terra per i bambini dei campi estivi.
Sono giornate in cui sento la mia vita allargarsi, osservo alcune porzioni del bosco che mi avvolge e mi sento esattamente come lui: rinverdita, risarcita del tempo perso.
La sensazione è quella di galleggiare in un flusso che sento scorrermi dentro le vene, nei polmoni, in quelle fessure tra una cellula e l’altra di ciò che sono.
Un flusso che scorre in me, ma permea anche tutto ciò che ho intorno. Un respiro vitale che soffia da milioni di anni.
La giornata di oggi è scivolata via tra laboratori, risate, condivisione, amicizia.
Adesso è buio e uno degli educatori senior propone a me e al resto del team una passeggiata notturna.
Così saliamo sulla sua auto e imbocchiamo la strada sterrata tra gli alberi.
Presto ci troviamo a sparire tra la fitta boscaglia, in un’oscurità densa, squarciata solo dai fari dell’auto.
Fuori c’è un silenzio surreale, che per osmosi ha riempito ben presto anche l’abitacolo. Viaggiamo su quel veicolo quasi in trance, senza preoccuparci della destinazione, che conosce solo Christian alla guida.
Dopo non so quanti chilometri l’auto comincia a rallentare, fino a fermarsi. Christian spegne i fari e senza una parola scende dalla macchina. Non si preoccupa di chiudere lo sportello, quanto invece di sdraiarsi lentamente su una porzione del terreno poco più in là. Io e gli altri restiamo un attimo interdetti a guardarlo dai finestrini.
Non capiamo subito, poi qualcosa di istintivo si accende, quando lo vediamo mentre si accomoda, portandosi le mani dietro la nuca e abbandonandosi ad un sorriso soddisfatto.
Così, continuando ad aver cura di non rompere quel silenzio quasi sacro, anche noi scendiamo dall’auto e ci sdraiamo, schiena contro madre terra e occhi rivolti al cielo su di noi.
Fu così che mi trovai immediatamente sopraffatta da una vertigine dolce, ma intensissima: quella di un crepitio di stelle che brulicavano fulgide, come solo nei documentari le avevo viste. E al centro di quella porzione di cielo, la Via Lattea, che attraversava l’atmosfera come una venere dalle vesti impalpabili.
Era una bellezza difficile da contenere dentro al petto.
Una meraviglia che non entrava tutta negli occhi, che non trovava posto nelle parole. Così cominciai a piangere senza rendermene conto, perché era la prima volta che sperimentavo la potenza del sublime, una connessione con un tutto del quale spesso dimentichiamo di far parte.
Quella sensazione è un ricordo che richiamo spesso nella mia vita, quando ho bisogno di sentirmi viva. Mai, però, ero riuscita a spiegare bene cosa fosse successo quella notte, finché anni dopo non ho incontrato le parole dello scrittore Erri De Luca.
Ispirato dai versi di una poetessa, lui dice che la vita è caratterizzata da due spinte fondamentali: una forza di attrazione terrestre, che ci tiene ancorati al suolo, e una forza di attrazione celeste, che ci richiama verso l’alto.
La gravità terrestre è quella che conosciamo bene. È la forza che ci àncora alla realtà concreta: il lavoro, la fatica, il tempo che passa, il corpo che invecchia, le responsabilità, le paure, i limiti.
È la gravità del necessario, quella che ci insegna la postura del radicamento: i piedi piantati, il passo misurato, la schiena che si adatta sotto al peso dei giorni.
È la forza che ci ricorda che vivere significa anche sopportare, restare, reggere.
Ma se esistesse solo questa gravità la vita si piegherebbe progressivamente verso
il basso, fino a diventare solo un esercizio di resistenza.
Un accumulo di pesi, non un movimento.
La forza di attrazione celeste è l’altra forza, più sottile, meno evidente, e proprio per questo spesso dimenticata.
Quella che non spinge con violenza, ma attrae.
Quella che non costringe, ma invita.
È ciò che ci fa sollevare il mento, anche quando tutto ti inviterebbe ad abbassarlo.
È la tensione verso ciò che eccede la pura sopravvivenza: il significato, la bellezza, la fedeltà a un desiderio profondo, la natura.
L’attrazione celeste non elimina il peso, lo trasforma in slancio.
Quando la vita diviene insostenibile, allora, forse non è perché ci manca la forza, ma perché dimentichiamo che a volte bisogna semplicemente fermarsi a guardare il cielo.
Io nel bosco di notte ho timore ma in compagnia e vicini vicini potrei provare 😁
Grazie per questo racconto ❤️
Grazie!