
Siccome il sole si abbatteva a picco e non dava tregua, e per di più non tirava neanche un filo di vento, Shlomo Goldberg ritenne, in quel torrido mezzogiorno d’agosto, di doversi accontentare almeno di un’esigua porzione d’ombra ai piedi dell’albero di carrubo per potersi accovacciare e lavorare di penna come al suo solito, sebbene non molto distante, sul prato, un gruppo di ragazzetti intenti a lanciarsi gavettoni gli facevano giungere una poco conciliante polifonia di schiamazzi.
“E che fare altrimenti?” pensò Shlomo Goldberg e, rassegnato, si sedette sull’erba e tirò fuori penna e taccuino. Non fece in tempo a gettare un paio di righe che, alzando appena lo sguardo, si vide davanti una ragazzina tutta pelle e ossa, fradicia dalla testa ai piedi, in posa con le mani sui fianchi. Questa, quando vide di aver ottenuto l’attenzione dovuta «Posso sedermi qui accanto?» domandò.
«Ma certo» rispose Shlomo Goldberg, interiormente contrariato dall’imprevista compagnia. Nondimeno, senza scomporsi più di tanto, tornò ad immergersi nelle pagine del suo taccuino.
«Come ti chiami?» lo interruppe ancora la ragazzina, ingenuamente ignara del fastidio che stava procurando. Esalava effluvi di cloro misti ad acre sudore preadolescenziale.
«Credimi, è un nome così complicato che, anche se te lo dicessi, lo scorderesti subito; quindi lasciamo stare: nemmeno te lo dico».
«Però avresti fatto prima a dirmelo, non trovi? Comunque, come vuoi! Io mi chiamo Margherita».
Shlomo Goldberg annuì impercettibilmente a quell’informazione non richiesta e tornò sul suo taccuino.
«Che stai facendo?» rilanciò Margherita.
A quel punto Shlomo Goldberg chiuse di scatto il taccuino ed esasperando la prossemica ruotò sul perno del suo sedere e si voltò tutto verso la ragazzina.
«Vedi… sto cercando di non svanire».
«Di non svanire?» gli fece eco Margherita.
«Esattamente» confermò Shlomo Goldberg.
«E che significa “svanire”?».
«“Svanire” è quello che, tra non molto, farà l’acqua dei gavettoni di cui sei zuppa: l’aria calda farà diventare le gocce talmente minuscole e leggere che voleranno via, e tu tornerai asciutta».
«Ma tu non sei fatto di acqua – obiettò Margherita – come puoi svanire?».
«Oh, anche le persone svaniscono, sai? Ma mica stando sotto il sole, no! Svaniscono stando troppo tempo fra la gente, posandosi, proprio come gocce di rugiada, sulla superficie delle cose e sulle questioni più esteriori».
Margherita scrutava Shlomo Goldberg con occhi smarriti, nell’evidente imbarazzo di non intendere appieno il senso dei discorsi del suo interlocutore. Tuttavia si fece coraggio e, appigliandosi per quanto le fu possibile al proprio intuito, domandò:
«E quindi tu scrivi per non svanire?».
«Io scrivo – rispose Shlomo Goldberg – per scavare e scendere in profondità, nel sottosuolo, dove ogni cosa penetra così com’è. Ma laggiù, poi, è così buio che i nomi delle cose non servono più: solo le voci contano. E lì io mi intrattengo con quelle voci: loro mi parlano e io ho il tempo di ascoltarle con calma e per davvero, e persino di rispondere loro, se è il caso, ma sempre senza alcuna fretta, senza offenderle consegnando loro la prima sentenza che mi passa per la testa. E poi, quando risalgo, mi porto addosso parole rare, parole che non si trovano in giro, in superficie… E così di tanto in tanto, quando comincio a sentirmi spiacevolmente asciutto, torno laggiù e nuovamente mi immergo, per resistere alla leggerezza e non disperdermi e non svanire. Ma anche tu, adesso, mi sembra che ti sia asciugata! Forza, Margherita, torna a giocare con l’acqua».
«Ma anche io voglio fare come te: anch’io voglio imparare a scavare con la penna!».
Shlomo Goldberg fissò allora la ragazzina negli occhi e sentì nel proprio cuore di averla accolta come un’amica. E, porgendole la propria penna, le disse:
«Non è mai troppo presto per imparare a farlo. Spero di incontrarti di nuovo, un giorno, laggiù nel sottosuolo. A presto, Margherita».
Margherita fissava la penna fra le sue mani e vi scorse, incise, lettere d’oro.
«A presto… Shlomo Goldberg».
Veramente poetico e lieve. Presenze intense e reali. Parole veramente ben scelte. Grazie
Quando l’ingenua freschezza di una bambina abbatte il muro di uno scrittore scontroso e profondo, che vorrebbe continuare a vivere nella sua torre d’avorio, ma che invece si lascia travolgere dalla sua semplicità, fino a consegnarle il suo segreto. E le fa un regalo bellissimo, mettendola a parte del suo segreto.
Alessio sei un grande e sei bravo, chi dice il contrario è meno grande e meno bravo
Mi sono proprio sentita lì, accanto a loro. Suoer intenso grazie di questa condivisione