
Osservo la luce filtrare dalle fessure della tapparella, e così so che è mattina e che sono sveglia, anche oggi mi sono svegliata ma mi sa che sarà l’ultima.
Osservo questi buchi, queste fessure equidistanti su legno usurato per una manciata di secondi, il tempo necessario per rendermi conto che sono ancora qui, e distolgo lo sguardo.
Mi spaventano.
Sono occhi, occhietti semichiusi che mi guardano minacciosi.
Loro mi guardano e mi seguono in casa. Si staccano dal legno e vagano, fluttuano, sono ovunque, in ogni parte, in ogni angolo, vengono in bagno con me, mi guardano mentre piscio, mi seguono in doccia, ma io li fotto, mi lavo vestita, così faccio doccia e lavatrice insieme. Oppure non mi lavo, quando sono troppo insistenti, sì non mi lavo, anche per giorni, tanto a che serve, a chi serve, sono sempre sola e sto sempre qua. Se puzzo, tanto meglio, quelle bestie che mi girano intorno in ogni momento magari la finiscono e se ne vanno a casa loro. Come chi? Ma perché voi non li vedete?
Non ne hanno nome, bestie sono, disgraziate e miserabili.
Mentre io sono in cucina, sento aprire l’armadio in camera da letto e scappo in quella direzione, ma prima che ci arrivo, loro sono andati in cucina a rovistare nella dispensa, e appena sono a metà corridoio e li vedo con la coda dell’occhio, loro hanno già cambiato stanza. Tutta la giornata così mi fanno perdere, a farmi girare come una trottola in casa mia: si vogliono pigliare tutte cose, cercano i picciuli nascosti, mi vogliono levare le cose di mezzo, e a me mi tremano le gambe, la testa mi sbatte e mi scuote, il cuore mi rimbalza nel petto e così inizio a urlare.
Parolacce schifose, di ogni sorta, a volte me le invento, pure che non esistono mi danno soddisfazione lo stesso. E Bestemmio pure, lo so che non si fa, ma pure loro aiutano quelli che vanno a messa anche se fanno schifezze e non a me, quindi se lo meritano.
Mi sentite voi? Le sentite le mie urla? Voi si, ma loro no, qua stanno, sempre, non se ne vanno.
Mi chiamano, mi parlano in continuazione mentre cucino, e ridono quando mi fanno bruciare il sugo, mi pizzicano le orecchie mentre dormo, mi si infilano pure sotto la sottana per graffiarmi le cosce, ma io qua sto, non me ne vado, questa è casa mia e nessuno mi farà uscire da qui dentro.
Non ne ho paura, anche se mi chiamo Fifa, e a voi forse vi verrà pure da ridere a sentire sta dissonanza, ma mia madre così mi ha chiamato proprio per sto motivo, per spaventare io per prima col mio nome, appena mi presento, e poi vado avanti a testa alta, con gli occhi della gente sul culo, perché niente mi deve fare vacillare.
Qua dentro ho tolto tutti gli specchi, ma prima di buttarli ci ho pensato un attimo, e allora li ho rotti tutti, li ho lanciati a terra e poi ci sono salita di sopra per spaccare in pezzi più piccoli quelli che erano rimasti un poco sani. La malasorte mica è questa? Dopo un marito che se ne va in silenzio e un utero ostile pure alle mestruazioni, questa solitudine me la sono guadagnata e sono immune pure alla sfortuna.
Una malattia però me la sono presa. Dopo anni ad evitare medici, pillole, ospedali e visite dei parenti, mi sono accorta di non avere più tempo, il batterio della rabbia aveva iniziato a scorrere nelle mie vene e così mi sono lasciata marcire.
Questa casa che è stata il mio tempio, in cui ho accumulato cose su cose, in cui gli angoli sono stati sepolti e tutto è diventato tondo, in cui ho nascosto pure i desideri che non avevo per non lasciarli prendere a loro, si prenderà il mio ultimo respiro.
Sepolta sotto le mie coperte pesanti e infeltrite, sorriderò in faccia a loro ed esalerò il mio ultimo respiro pensando: Ce l’ho fatta, morte prendimi!
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