
Dicono che il corpo è arte…e questo è il sintomo più palese che esiste anche un’arte brutta.
Non fraintendetemi, non penso che il brutto e il bello siano così diversi o facili da riconoscere.
Un pensatore famoso, che non ricordo nemmeno chi fosse, anzi magari è una cosa che mi sto pure inventando…
…Comunque, lui diceva che il brutto esiste come errore del bello in sé stesso. Un antagonista per legittimare la percezione e il riconoscimento del suo contrario.
Ho pensato: “Eccone un altro che crede serva mettere due avversari sul ring per scoprire che dall’altra parte c’è qualcuno per cui fare il tifo”.
Come se fosse impossibile accorgersi di cosa sia bello, se non hai mai sperimentato qualcosa di brutto, come se fosse impossibile amare se prima non hai mai odiato nessuno.
Come se…ma senza considerare che a volte possiamo non saper dare un nome alle cose, eppure sentirci così debitori nei confronti di chi amiamo, solo per il fatto di averci fatto provare la sensazione di volergli regalare un regno intero che la veneri per ogni volta che si è sentita invisibile.
Senza considerare che nasciamo non conoscendo il lessico, ma perfettamente in grado di riconoscerci impauriti dall’eventualità che quel sentimento possa finire nell’insicurezza di non essere mai stati amati davvero.
Esiste il bene, ed è consustanziale al male, così come il brutto e il bello.
E allora a volte un corpo può raccontare una storia accurata, semplice e gentile come una fiaba per bambini, mentre altre volte è una sonata stonata di un compositore sordo, con l’ingrato compito di “parlare parole” che nessuno avrebbe il coraggio di scrivere.
Ma se il bello fosse proprio nella mancanza di questa “gentilezza” fiabesca?
Se fosse nel silenzio, nel dolore e più in ciò che manca, che in ciò che c’è?
Forse allora i corpi più belli sono quelli che suscitano emozioni complesse, incastrate nelle linee frammentate dei loro soggetti spezzati. Nessun decoro, nessuna armonia, nessun sollievo. Solo inquietudine, angoscia e “scomodità”, capaci, però, di ipnotizzare chi li osserva, più di un incantatore con i suoi serpenti. Corpi che incastrano tanto quanto le menti che li posseggono, intrappolati nella vergogna, che aprono alla curiosità e alla voglia di riuscire ad apprezzarne tutti i segreti umani.
Forse è proprio questo il punto, la rappresentazione di qualcosa di tanto umano come la vergogna, come il dolore, come tutto ciò che si contorce.
I corpi non esistono per piacere, ma per scuotere chi li osserva, per rivelare una bellezza che si nasconde nei loro esemplari più distorti. Ogni curva, ogni piega è un sussurro del dolore, un corpo che non può più mantenere la sua forma convenzionale, che esplode in una bellezza che è fatta di urgenza, di tensione, di desiderio di essere visto nella sua verità più brutale. Allora un angolo oscuro diventa irresistibile, e ci riscopriamo tutti amanti dell’orrido che ci fa tendere da ciò che è bello a ciò che è spaventoso. È il fascino del macabro, la bellezza nascosta nel dolore, nell’orrore.
Ciò che è realmente vivo in noi… ciò che riteniamo “sfortunatamente visibile”, quello che parla al posto nostro, si rivela come l’unica cosa che dovremmo ascoltare gli uni degli altri. Il prezzo di mostrarci costantemente tesi per esplorare la nostra umanità e alla fine, forse, scoprire che la bellezza sta proprio nel coraggio di lasciarsi raccontare attraverso un corpo che non sempre apprezziamo. Possiamo allora augurarci di superare il dismorfismo, riconoscerci dei “brutti belli”, tanto per farle sembrare solo due parole piccole e confinanti.
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