
Volti è la rubrica del Newbookclub in cui i soci scriventi possono mostrare se stessi oltre la comunità, la scrittura e la lettura. Ogni edizione include una breve intervista e una raccolta fotografica, che catturano i tratti più intimi della persona intervistata, partendo da una chiacchierata informale e raccogliendo foto che parlano della sua quotidianità.

Oggi chiacchieriamo con Enrico.
«Il Newbookclub l’ho conosciuto tramite qualche contatto universitario, grazie ad Alessio Castiglione, che ci aveva accennato durante delle lezioni universitarie quello che era il suo lavoro, poi in realtà l’avevo perso di vista finché Emanuele Lo Giudice mi ha invogliato a presentarmi, sapendo della mia passione per la scrittura. Mi sono presentato nell’ottobre del 2024, a piazza Marina. Quello che ho scritto è stato un misto di varie sensazioni: sentimenti verso mio padre, verso i miei genitori, e li mischiavo a delle sensazioni personali, di persone a cui volevo bene o a cui ho voluto bene».

«La lettura mi piace ma non sono quello che verrebbe definito un cultore. Ci sono cose che scopro nel tempo piano piano, quando qualcuno mi invoglia particolarmente ad arrivarci. Magari mi fisso con un autore in particolare, e magari sul settore psicologia che è il mio ambito, ma di solito è più la curiosità del momento. Può essere un giallo, può essere fantascienza o un saggio, ho letto diversi libri sulla mafia (che è anche un tema molto presente in quello che scrivo) che invece è una di quelle cose che Palermo me la fa odiare.
La scrittura ha una forma più definita nella mia vita, è sempre il modo in cui i miei sentimenti si traducono in qualcosa di concreto; è tangibile non solo con le mani o coi sensi, ma anche con la mente. Di solito sono pensieri, quando sono così tanti da essere confusi, scrivere è spesso un modo per metterli in ordine. Ho la necessità di vederli da qualche parte e tramite quella visione, tramite il contatto con l’inchiostro,
per questo scrivo molto su carta, mi permette di renderlo tangibile fisicamente.
Quella dimensione corporale lo rende più comprensibile nella mia mente. Quindi è sempre stata la lingua dello sfogo, della gioia, della felicità, delle emozioni improvvise, di qualcosa che mi rimane e che fatica ad uscire, e quindi ribolle dentro per tanto tempo e mi paralizza, ma potrebbe essere anche amore, felicità,
affetto verso qualcuno o delle volte verso me stesso. Quindi certe volte non c’è un sentimento unico in quello che scrivo, è quello che ho dentro in quell’istante».

«Il primissimo ricordo di questa passione credo sia stata una poesia che fatta per
una ragazzina che mi piaceva ad undici o dodici anni. Però in realtà se penso al
momento in cui mi sono detto “Mi piace scrivere poesie” è stato quando ho letto
alle medie La pioggia nel pineto. Lì mi sono detto “Io voglio scrivere poesie”. E da quel momento, per un motivo o per un altro, ho sempre continuato; è difficile che io abbia smesso di scrivere per lunghi periodi nella mia vita. Il Newbook è stato un modo per incentivarmi a farlo più frequentemente».

«L’imbarazzo più grande penso di averlo provato leggendo davanti i miei genitori; leggere al pubblico in realtà non mi crea troppa ansia. Mi crea emozione, che è un modo per esprimersi. Rispetto al pubblico, che lo scritto sia intimo o meno, ho meno difficoltà perché mi piace l’idea che quello che scrivo venga letto. Tendenzialmente mando sempre quello che scrivo, soprattutto le poesie, un po’ meno le cose più intime.
Le poesie le mando perché mi piace l’interpretazione che possono dare gli altri. Mentre coi miei genitori è successo in pochissime occasioni; soltanto una volta ho letto una poesia che non era stata pensata per essere recitata davanti a loro, davanti mia madre, e in quel caso ho sentito di stare scoprendomi; quella
sensazione di mostrarle una parte di me che non conosce. L’ultima volta che ho letto davanti i miei genitori era una poesia dedicata a mio nonno, che attraversava i ricordi con lui quand’era vivo, i momenti che ho vissuto tra le sue braccia, nei suoi racconti, nel gioco con lui. Oltre questo, non ricordo altri momenti in cui ho parlato ai miei genitori di quello che scrivo, se non nell’occasione in cui ho parlato
del mio stesso concepimento, e loro si sono dovuti interrogare su questa cosa qui, una questione di terapia. È stato un po’ complicato ma ne è valsa la pena».

«Il mio campo di studio, la psicologia, è una grande passione che mi porto sin da piccolo. Mi sono trovato spesso a cercare di comprendere come ragionavano le persone; giocavo a prevedere le risposte degli altri alle mie domande e i miei comportamenti. All’inizio era un gioco – anche un po’ subdolo, mi rendo conto – ma per un tredicenne erano le prime esperienze; diciamo un gioco empatico. Ora che ci penso non ne vado fierissimo. Mi interessavano però molto i meccanismi di massa, come veniva pensata la pubblicità, quanto importasse la comunicazione per far arrivare i messaggi, quanto le persone venissero in effetti manipolate nella comunicazione di massa. E non penso che sia un caso che alla fine, tra clinica e sociale, abbia scelto psicologia sociale. L’individuo mi è sempre piaciuto però la spinta per il sociale, verso una dimensione più macro, di come si comportano i gruppi umani, mi ha sempre affascinato e credo si riveda in molte cose della vita: nella spinta che ho contro la mafia, nella lotta personale che fa parte di uno studio sociale e generale. La psicologia è una grande passione, mi piace scoprire il meccanismo».

«Un’altra forte passione è lo sport; è proprio la cosa che mi emoziona per definizione. Sia praticato che seguito. Lo pratico con piacere, senza troppo impegno, ma lo seguo tanto, specialmente il basket, ma anche calcio. Ho giocato a palla a mano a livello agonistico, mi piace l’atletica. Se c’è sport da vedere, tendenzialmente – a meno che non sia lancio del peso – lo vedo. Per ora pratico a livello molto molto molto amatoriale il basket. Lo sport mi emoziona. Mi è capitato con la nazionale di pallavolo, sia maschile che femminile, che è molto forte, io li vedo vincere e piango».
«Come minimo dal Newbook mi aspetto che costruiscano un grattacielo e ne facciano la loro sede principale: così si fa un incontro per piano. Ogni piano è un’area tematica diversa. Lo spero per il Newbook, che possa diventare una realtà che mantenga il suo carattere familiare e comunitario ma che possa essere visto con maggiore istituzionalità: non soltanto come i ragazzi carini che inviti a fare un evento, ma magari i ragazzi carini che paghi anche per fare l’evento. Mi piacerebbe che fosse una realtà non soltanto nominata ma riconosciuta, anche perché ormai le persone che ci sono dentro le considero
amiche. Sarebbe bello anche vedere questa esperienza replicata in diversi luoghi; ma se questa cosa potesse diventare anche parzialmente un modello di riferimento sarebbe molto interessante».
E voi? Quali sono le vostre passioni? Vi aspettiamo ai nostri incontri e alla prossima uscita di Volti per conoscerci meglio!
Se siete curiosi e creativi e volete saperne di più visitate i nostri profili social Instagram e Facebook!
È bello vedere come le passioni, gli studi, lo sport si mescolino e producano un cocktail unico e affascinante. Auguri a Enrico
Il NBC mi ha permesso di conoscere delle persone belle e interessanti, e fra queste c’è Enrico. È stata la prima persona, all’interno del club, che io abbia salutato con un abbraccio, ed Enrico è quel tipo di persona che quando ti abbraccia lo senti che lo fa col cuore e non per circostanza. Sono contento di aver letto questa intervista e aver conosciuto un pezzetto in più del suo mondo.